giovedì 8 ottobre 2015

Capitolo 1: Presentazione.

Cosa scrivere? Con questo diario tra le mani, non so bene cosa scrivere.
Forse l'ho preso per la bella copertina, forse per noia.
Si, dovrei scrivere, mi farebbe molto bene.
Mi chiamo Mark Tenore, sono un normale essere umano, con la particolarità di essere immortale.
Si, forse sembra bello, ma no. L'immortalità non è una cosa bella.
Certo, ho avuto momenti belli, in questo momento sto vivendo una vita relativamente bella ma... (scrittura incomprensibile) quindi, alla fine, cosa mi rimane? I Ricordi. Vivo di ricordi e di rimpianti.
La vita è bella, ma la vita eterna? Non saprei come definirla, ma sicuramente non è bellissima.
Alle lunghe, ti annoi, tenti il suicidio, non trovi più la gioia nel vivere, tutti i tuoi affetti ti passano avanti e ti salutano.
Alla fine, rimani solo, sempre. E fidatevi, non è una situazione che si riesce ad accettare, la solitudine.

Questi miei scritti non avranno una trama vera, non saranno messi in ordine cronologico, saranno solo dei pensieri, dei ricordi. Perché ricordate, la vera immortalità, è il ricordo. Le vite spezzate, le vite conosciute, le vite vissute, rimangono eterne, finché qualcuno ricorda. Ed io ricordo tutte le vite che ho incrociato, tutte vivono dentro di me. Non ho mai conosciuto una persona che non fosse importante in vita mia. Adesso però, è giusto che parli di me.

Dicembre, intorno al 1470, non ricordo con precisione. Si, sono vecchio, ma solo nell'animo. Esteriormente, voglio credere di dimostrare quarant'anni, ma credo male.
Come abbreviare tutto il discorso, per non ammorbarvi?
Si, salterò tutta la mia vita, qui scriverò solo l'inizio, prima di diventare immortale.

Ho una bella famiglia, una bella vita.
Finisco qui? Non ricordo molto bene in verità.
Quale ricordo mi rimane, di quella vecchia vita che ho abbandonato senza pensarci due volte?
Sono scappato, ho trovato la mia occasione, per andarmene. Paura? Noia? Curiosità?
Non lo so. Ma non voglio parlare di quello. Ci sta, tra tutti, un ricordo che mi perseguita.

Mi ammalo, non ricordo di cosa, non ricordo come, mi ricordo la soluzione che oggi si definirebbe barbara.
Sono legato al letto, con delle corde che mi squarciano la pelle ad ogni movimento. Non era epilessia, era una tosse potente, quasi di sicuro. Non stavo poi così male, ma si sa, all'epoca, regnava l'ignoranza.
Dicevo, anzi scrivevo, sono fermo al letto, la tosse è forte, mi muovo, e le corde mi fanno male. Polsi e caviglie, il primo pensiero va a mia madre. Madre, aiutami, salvami. Nessuna risposta, sento solo i singhiozzi e le lacrime inutili di una donna impotente dietro alla porta. Mio padre? Mio padre non c'è. Forse, non è neanche a conoscenza della situazione. Padre. Madre, aiutami ti prego. Ma mia madre non mi aiuta. Io continuo a tossire mentre i medici continuano a propormi tisane alla merda mista fango con basilico.
Sono arrabbiato o furioso? No, sono deluso, affranto. Non odio, non provo rabbia, sono stato sempre un tipo tranquillo, ma per qualche secondo, ho sentito l'ira ed il disgusto verso la gente, tra le mie fibre muscolari. Io per una tosse, sono legato. Piango, sanguino, sono sporco, non riesco a trattenere i fluidi corporei. Anzi, ci riesco, ma non mi danno l'occasione di andare in bagno.
Sono impotente, il dolore vuole uscire dal petto, vuole bucarmi polmoni, cuore, costole e pelle, per uscire. Sono guarito. Era solo una tosse. Ma rimango ancora lì, nei miei scarti corporei, nel mio sangue, nelle mie lacrime.
Sono impotente, le corde mi trattengono. Mia madre piange. Mio padre non torna.

Il mio ricordo dettagliato finisce qui. Sono stato due settimane senza mangiare nulla di solido. Due settimane da solo. Una solitudine che mi accompagna fino ad oggi, dopo circa mille anni, secolo più, secolo meno.

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